Guarda che Luna...
Scena Prima. Il 9
settembre scorso, nella bella cornice di Villa Marigola a Lerici, l'ADSI
(Associazione Dimore Storiche Italiane), assieme al Garden Club, ha organizzato
un meeting il cui clou era costituito dalla cena di gala;
come antipasto, i convenuti o, per meglio dire, le convenute (signore non più
giovanissime ma dotate di doppio cognome) hanno potuto gustare alcune relazioni
sulla formazione delle raccolte di antichità lunensi nel secolo XIX e sul
successivo – e non sempre lineare – passaggio di tali raccolte in mano
pubblica. In un contesto simile, fra acconciature fresche di parrucchiere ed
esibiti ventagli, anche un semplice accenno alla spiacevole situazione in cui
versa il sito di Luni sarebbe stato considerato di dubbio gusto ed infatti le
archeologhe dello Stato che sono intervenute si sono astenute dal farlo.
Scena Seconda. E'
una bella giornata di fine settembre. Mentre stiamo girovagando per la zona
archeologica per scattare le foto che state vedendo, Giorgio mi chiede di
fargli vedere il teatro,
uno degli edifici meno noti della città antica, ed io
lo accontento volentieri mostrandogli un percorso non segnalato che conduce,
fra alte sterpaglie, alle spalle dei resti, là dove è più facile capire la
pianta e le fasi. Due turisti di Vercelli, forse capitati lì per caso o forse
guidati dalle nostre voci, si avvicinano ma non chiedono nulla; mi sento in
dovere di condividere quanto so dell'edificio e di quel settore della città.
Forse mi prendono per una guida (non sarebbe la prima volta), forse saranno
invogliati a ritornare; il piccolo seme gettato potrebbe andare sprecato o
potrebbe germogliare: chissà. Un fatto comunque è certo: essi avevano bisogno
di informazioni ma nessun supporto – cartello, audioguida o app – era a loro
disposizione, ed altrettanto vale per i resti del monumento funebre posto a breve distanza dall'anfiteatro o per i resti della porta fortificata che si apriva sul lato orientale delle mura, là dove aveva accesso chi veniva da Roma. Il primo è però recintato ed un cartello blu vieta l'accesso, in nome della Repubblica Italiana, alle persone non autorizzate: perfetto esempio di tutela passiva, capace di contenere gli atti di vandalismo ma incapace di allargare l'ambito dei potenziali fruitori. Soltanto gli addetti ai lavori,
infatti,
sanno scorgere nel monumento funebre, eretto da una famiglia potente, le tracce
del sisma catastrofico che distrusse la città romana nella seconda metà del IV
secolo d.C. ; ancor più ristretto è il numero di coloro che conoscono la
provenienza dei massi che compongono la parte basamentale della porta
fortificata. Eppure la storia di questo materiale litico (calcare non
metamorfico e breccia policroma, entrambi cavati da Punta Bianca) è
affascinante e può servire a ripercorrere la storia del sito dal II secolo
a.C., allorchè lacolonia fu fondata, al XV secolo d.C., quando l'anfiteatro venne spogliato per volere del cardinale Filippo Calandrini e molto materiale lapideo affluì a Sarzana, ove venne riusato in vari contesti fino alla fine del secolo XVIII.
La Soprintendenza Archeologica di Genova fa quello che può;
a nessun soprintendente possiamo chiedere atteggiamenti eroici e meno che mai a
chi è stato nominato, con contratto a termine, senza aver vinto un concorso. Nè
possiamo ritenere che le gracili spalle di un piccolo Comune – quale è quello
di Ortonovo – possano reggere il peso di una zona archeologica di questa
importanza.
La politica (quella buona, ovviamente, e non quella cialtrona che
nel 2008 ha partorito il progetto della Grande Luni) deve assumersi le sue
responsabilità, deve cioè fare delle scelte. Non si possono tenere insieme Luni
e le darsene per la motonautica: sono due visioni del mondo che non possono
essere “coniugate”, locuzione molto cara al ceto politico che finora è stato
egemone nella Regione Liguria. Non si può tenere insieme l'accostamento
rispettoso ai fragili resti di Luni ed il turismo “mordi e fuggi”, soprattutto
se questo tentativo di conciliare ciò che è
difficilmente conciliabile è
affidato agli incapaci che hanno progettato
l'accesso dall'autostrada A12, cercando pateticamente di dargli una
patina “bio”.
Piero Donati




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