| Il "Volto Santo" |
C'è
da scommettere che se si facesse un'inchiesta fra la popolazione di
Ameglia formulando questa domanda : “Perchè il convento di Santa
Croce si chiama così ?” verrebbero fuori le risposte più strane e
salterebbe così agli occhi la sostanziale estraneità di questo sito
rispetto all'orizzonte mentale dei residenti, inclusi quelli che
siedono sui banchi del Consiglio Comunale. Eppure si tratta del bene
culturale più importante che si trovi nel territorio amegliese, un
“bene comune” indissolubilmen-te legato alla storia della zona e
alle tradizioni della marineria.
Cominciamo
da questo secondo aspetto: da un manoscritto del secolo XV conservato
a Firenze sappiamo che i naviganti di un tempo, quando perdevano la
rotta, recitavano le Sante
Parole,
cioè una lunga litania di invocazioni ai luoghi di culto che
costellavano le rive del Mediterraneo e dell'Atlantico, quei luoghi,
cioè, che formavano la griglia di riferimento visivo per chi
praticava il cabotaggio. Le Sante
Parole
procedono in senso antiorario e quindi, dopo aver spaziato nel
Mediterraneo Orientale, nell'Adriatico e nel Tirreno, ci si inoltra
nel Mar Ligure e si incontra Santa Croce del Corvo, seguita a ruota
dal Tino. Nel '400 il sito era in stato di abbandono ma la mole
dell'antico monastero benedettino, nato alla fine del secolo XII, era
ancora ben visibile dal mare ed il toponimo utilizzato era dunque
“Santa Croce”, che equivaleva allora a “Volto Santo di Lucca”.
Alla
metà del '600, per iniziativa dei Canonici di Sarzana, questa
devozione fu rilanciata e da allora questa zona ha l'onore di
ospitare una scultura lignea della prima metà del secolo XII –
cronologicamente anteriore, quindi, alla fondazione del monastero
benedettino – strettamente legata all'esemplare custodito a Lucca
nella cattedrale di San Martino, oggetto di un culto che aveva
ramificazioni in tutta Europa, soprattutto nell'Europa
settentrionale.
Chi
entra nella piccola cappella che ospita il Volto Santo del Corvo si
trova, come se avesse usato la macchina del tempo, catapultato in
un'altra dimensione: nella penombra la severa immagine di un
crocifisso vivo e vestito, ben più grande del vero, incombe sul
visitatore e lo scruta con uno sguardo che intimorisce e gli occhi,
che sono fatti di pasta vitrea, sembrano animarsi di luce interiore.
Il vano della cappella è ricavato all'interno dell'abside
dell'antica chiesa, la quale presenta – caso unico nella Lunigiana
storica – muri in laterizio; accanto all'ingresso si scorge una
torre a pianta quadrangolare, forse realizzata dai Campofregoso al
tempo in cui erano signori
di Ameglia.
Il nucleo antico
del complesso è inglobato nelle costruzioni in stile neomedioevale
volute dai Fabbricotti allorchè, alla fine del secolo XIX,
acquistarono la vasta proprietà dal Capitolo dei Canonici di Sarzana
e vi costruirono il cosiddetto “castello”, utilizzando come
manodopera i loro braccianti della tenuta di Marinella. Dopo il
fallimento dell'azienda Fabbricotti, residenza, parco e annessi
passarono al Monte dei Paschi di Siena e poi ai Carmelitani, che
aggiunsero un'ala al castello. Se prescindiamo da quest'ultimo
intervento, fortemente datato, occorre riconoscere che i passaggi di
proprietà non hanno comportato stravolgimenti del sito, che ancor
oggi, con i suoi terrazzamenti messi a coltura, con la rete ordinata
dei sentieri, con la fitta boscaglia che scende fino al mare,
comunica il senso di un'antica misura e di un sostanziale equilibrio
fra natura e presenza antropica.
Se
dal Corvo lo sguardo spazia lontano, verso le Apuane e la Versilia,
ci si sente orgogliosi di essere italiani ma se guardiamo in basso,
verso Fiumaretta, ci accorgiamo fin troppo facilmente dell'uso
errato che si è fatto per decenni del nostro fragile territorio e ci
chiediamo se sia ancora possibile, nonostante le dure lezioni delle
ultime alluvioni, programmare altro consumo di suolo agricolo invece
che il razionale recupero delle terre incolte e dell'edificato di
qualità.
Per
troppo tempo chi ci ha governato ha proclamato la necessità di
“coniugare” l'incremento della motonautica e la valorizzazione
dei beni ambientali: posti barca e oasi faunistiche, è ormai
evidente, non possono convivere. Quel tempo è finito. Governare vuol
dire, prima di tutto, fare delle scelte. Cerchiamo di essere
all'altezza del compito, cominciando magari dal ragionare su come un
bene prezioso e pluristratificato come il Corvo possa contribuire a
migliorare la qualità della vita dei cittadini di Ameglia e la
qualità dell'offerta turistica.
A
cura di Piero Donati
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